Siamo alle solite… politica che prevale sul buonsenso. E pensare che avevo riposto speranze sull’abbondanza di fior fiori di economisti nell’esecutivo. Problema salari, problema assai spinoso che va risolto, in primis per lasciare invariato il potere d’acquisto delle famiglie italiane (che si fa sentire molto nei c.d. nuovi poveri); secondo perché i sindacati potrebbero incazzarsi e cambiare strategia sprigionando tutta la forza contrattuale di cui dispongono con scioperi ed altre forme di protesta assai fastidiosa. A parte le implicazioni politiche di un governo di sinistra sfiduciato dai sindacati, di cui sinceramente ormai non me ne sbatte più un cazzo, la cosa non giova per la nostra economia un po’, diciamo “in bilico tra santi e falsi lei”. Ecco allora prospettare aumenti della spesa pubblica per concedere un assegno, cazzo ne so di 100 euro, ai più bisognosi. Bella stronzata per diverse ragioni:
a) nei c.d. bisognosi, ricadono pure le teste di minchia che non pagano le tasse ma che beneficiano dei servizi (free-rider di merda) a cui in simpatia darei fuoco (insieme al faccione che le aizza)
b) aumentiamo la spesa pubblica tanto siamo un pelino sopra i parametri dell’unione (che, se non esistessero le procedure di infrazione, me ne infischierei pure) e sopra quelli, ben più sentiti, del buonsenso. La spesa per interessi mi pare già sufficientemente elevata
c) ecco un esempio di come tappare un buco per cercare di ritardare la caduta nella voragine.
Quasi dimostrata l’inutilità di provvedimenti di questo tipo, che possono momentaneamente tappare il calo di consensi, ma la cui sostenibilità ed utilità nel lungo periodo è pari a zero, non sarebbe meglio pensare ad altro?! Produttività, cazzo, è una parola che in questo momento porta una decisa boccata di ossigeno. Se, porcatroia, si convogliasse meglio l’abominevole spesa pubblica in ricerca, con riforme degne del loro nome che ci facessero ritornare a livelli di decenza nell’università e nella ricerca; se ci fosse maggiore comunicazione ambiente accademico-ambiente lavorativo; allora sai che bazza. Incrementi della produttività portano ad una maggiore competitività delle nostre aziende a livello internazionale e ad un feedback positivo sia per la remunerazione dei profitti (che non mia intenzione demonizzare soprattutto dopo le ultime cifre), sia per quei merdosi salari che, in termini reali, si sono ridotti vertiginosamente. Insomma incrementi della ricchezza prodotta, ingrandiscono la torta che dev’essere spartita tra i diversi settori che hanno operato a produrla. Il primo che rompe le palle sull’inflazione e sulla curva di Phillips gli dico di andare a vedere la crescita dei prezzi dell’anno scorso e quella delle altre nazioni europee di dicembre (forse Trichet &C hanno un po’ esagerato con i tassi). Senza dimenticare che rispettabili società di consulenza finanziaria statunitensi danno la recessione USA al 50% nel 2008, e li sono cazzi pure per noi. Inoltre, un recente paper della Banca d’Italia, dimostra come l’inflazione si faccia sentire maggiormente a seguito di aumenti di spesa pubblica, piuttosto che ad aumenti del reddito disponibile per il consumo.
Certo è più difficile e meno popolare fare riforme, piuttosto che aumentare la spesa dello stato (la cui efficacia sul pil è minore di diminuzioni di imposte, come dimostrato dal paper di cui sopra), ma sticazzi è ora di guardare pure al futuro ed a noi giovani; altrimenti California Here We Come (soprattutto se vince Barack!).
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