“La sindrome del rinvio” (Battista sul Corriere) mi pare un buon titolo per descrivere ciò che sta succedendo all’interno di Ds e dl per la fusione nel Pd. L’eco comunicativo dei congressi va esaurendosi e con lui anche l’entusiasmo . Meglio forse, era cavalcare questo entusiasmo per cercare di aumentare stupidi sondaggi (su un partito ancora senza piattaforme politica, un partito che ancora non esiste sulla carta) ma che potevano trascinare consensi grazie al già citato “effetto pecora”. Strano che però i partiti si siano reimpaniati nella querelle della competizione per dare un taglio personale al “futuro” partito.
Questo è il problema. Non si chiede di non adoperarsi per fare in modo che il nuovo soggetto possa porsi come primo partito italiano e possa eliminare, con riforme, le storture italiane; si chiede di superare i vecchi schemi Ds-dl-prodiani per sintetizzare il tutto in nuove categorie più adatte a descrivere i cambiamenti continui generazionali e di ciò che ci circonda; non una fusione a freddo bensì una fusione vera e propria di diverse culture per andare oltre. Il modo credo che sia un corollario, cioè se anche la classe dirigente sarà in grado di attuare questo, alla società civile spetterà solo il compito di approvare o rifiutare ciò che è saltato fuori.
Pare che però questo non sia possibile in quanto i vecchi schemi si sprecano; scelta di un mono-coordinatore oppure più coordinatori ma di estrazione uguale da tutti i partiti (10 diellini, 10 diessini, 10 prodiani), discussione sulla leadership. In merito a quest’ultimo punto voglio soffermarmi ché secondo me è un chiaro indicatore del blocco, del tappo che affligge il Pd; la maggior parte ritiene che un leader iniziale, un papà che accompagna per mano i due partiti, già ci sia e lo individuano in Prodi. Più che un padre spirituale pare un nonno… comunque nonno benefico, in quanto è l’unico, che allo stato attuale delle cose, è in grado di veicolare il processo, mediando, conciliando. Punto che fa riflettere per diverse ragioni:
. Il Pd si pone come un partito nuovo, anche come strutture (s’è parlato di ringiovanire la classe dirigente, oltre alle “quote rosa”). La scelta del capo del governo è un passo indietro in questa direzione.
. Presenza di tatticismi (anticipare o rinviare la nascita del partito con raccolta firme per la costituente alle feste dell’Unità) che impediscono l’accantonamento dei già citati vecchi schemi
. Il paradosso che Prodi dovrà stare al governo e preparare la propria successione, ricordando un po’ Berlusconi, capo dell’opposizione che sta preparando, più o meno realmente, la propria successione.
Ecco che allora fioccano dispute come se piovesse, sul family day che per fortuna è già passato, sull’eliminazione dell’Ici sulla prima casa, sulla data della costituente, sulle modalità di elezione della Costituente.
Particolarmente agguerriti ed atti allo studio di strategie, sono i diellini, che temono di essere inglobati da un soggetto grande più del doppio di loro. Mi pare che questo andasse messo in preventivo un bel po’ di tempo fa; i Ds hanno un grande radicamento territoriale, apparati efficienti ed una grande presa sulla società civile di sinistra (non a caso sono il primo partito della sinistra). Quindi è inutile ora strappare su diversi temi (approposito, c’è anche il nodo Pse). Se i Ds smettono di essere concilianti (senza prenderlo in culo, come al solito) sono cazzi amari per Rutelli & Co. Anche don Chiscotte ha fallito contro i mulini a vento, mi pare una follia sfidare un partito fuori dalle proprie potenzialità. Come ho già detto non si chiede di assoggettarsi, altrimenti il discorso sulla fusione fredda sarebbe inutile, si chiede un minimo di buon senso e di spirito conciliante per far sì che nasca qualcosa di buono; da cui tutta la classe dirigente guadagnerebbe. Maggiore consenso, ingrandimento del partito, più posti per tutti.
Il buon senso, le nuove categorie, incontrano resistenze; si teme di perdere la propria posizione. Ecco perché ritengo necessario l’apporto della base per superare questi problemi.
Lenz
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