J’accuse

19 11 2006

J’accuse i rinnovamenti occorsi negli ultimi anni che hanno retrocesso il nostro sistema universitario nelle classifiche delle migliori università mondiali. J’accuse le lobbies che come al solito tutelano l’inefficienza anziché il bene collettivo. J’accuse la ricerca nel senso moderno, vista come mezzo di sostentamento nel dolce far niente non interpretata con passione e come mezzo per incrementare le conoscenze.

“California Here We Come” è il caso di dire questa volta. Si perché ci sono diverse cose da non imparare dagli americani, ma per le aziende e le università sono imbattibili e l’enorme presenza di premi Nobel americani anche quest’anno ne è un chiarissimo esempio. Le aziende finanziano la ricerca sapendo che comunque ne trarranno beneficio dall’aumento della produttività dovuta alle nuove scoperte; una sorta di investimento a lungo termine. Ma non solo la ricerca, ma anche finanziano nuovi corsi da cui attingere del capitale umano (Ibm ne è un esempio).

In Italia invece no. All’università, dopo la riforma della maledetta Moratti, si trovano cani e porci, da chi ha veramente voglia di far bene, a chi invece viene a scaldare i banchi ed a far del casino durante le lezioni disturbando il 90% di coloro che sono lì.

Come se non bastasse l’incapacità totale di alcuni professori e tutor ti fanno venir voglia di mandare tutto a quel paese ed entrare nel mercato del lavoro anche come spazzacamin; ma la passione per la materia è troppa e tornare a casa nero di fuliggine è l’ultima delle mie aspirazioni. Dunque prosegui sperando che la specialistica, attuando maggiore selezione, sia molto più seria.

Ahimé mi tocca ammettere che da quando l’università non è più per pochi, il livello di preparazione si è abbassato in maniera preoccupante. Non che sia per un ritorno al passato; tutti devono partire dalla stesso punto, chi è più capace sarà in grado di vincere (lo stesso Draghi elogia l’apertura in questo senso). Ciò non toglie che altro andava fatto, per esempio con test d’ingresso per verificare la passione e la preparazione, oppure diminuire gli appelli cosicché solo i più capaci riescano a laurearsi. Insomma diverse riforme sono auspicabili, e credo che la lectio magistralis di Draghi alla Sapienza di Roma dia un chiaro panorama di cosa stia accadendo al momento e di cosa si possa fare per uscire da questa situazione brutta per il capitale umano italiano e di conseguenza per le imprese. Oltre ai dati molto preoccupanti del Governatore sullo stato delle università e dell’intero sistema d’istruzione italiano, credo che le linee direttrici del suo discorso siano quantomeno tre:

. i fondi sprecati, elemento che ha indotto il ministro dell’economia a tentare una razionalizzazione con un taglio abbastanza forte. I fondi per la ricerca non devono essere tagliati, anzi incrementati, siamo uno dei paesi dell’area Ocse che spende meno in ricerca (in termini percentuali sul Pil) ed il Patto di Lisbona è molto lontano benché ci troviamo in un mondo in cui “l’innovazione è la chiave di svolta dello sviluppo”; ciò unito ad un’azione di razionalizzazione ed eliminazione degli sprechi, premiando solo coloro che fanno realmente ricerca e non coloro sulla quale ci campano parassitariamente. Al contrario spendiamo un monte di soldi per la scuola dell’obbligo e talvolta in modo futile, il numero di studenti per insegnati è molto minore in Italia che altrove, ma questo non si traduce in un miglior rendimento scolastico. Questo compito spetta direttamente ai ministri Mussi e Fioroni  e credo che si debbano anche dare una spicciata perché:

. “nel secolo scorso, la scuola e le università italiane hanno sostenuto la crescita economica e civile del paese”. Insomma come dicevo prima, il capitale umano che esce dal sistema scolastico e la ricerca che incrementa la produttività sono elementi chiave per farci uscire da questa situazione di stallo economico.

. maggiore competitività tra istituti e tra università. Certo è che alcuni ambienti oggigiorno non amano la competizione, per loro il sistema è pubblico, unitario e uniforme; non amano l’autonomia delle sedi formative e non amano la misurazione degli standard di efficienza tappandosi gli occhi di fronte al declino continuando a sostenere che qualsiasi cosa pubblica sia migliore di una sana competizione tra privato e pubblico. Mi sembra quindi che la proposta di Mussi di un ente autonomo che valuti la condizione del sistema scolastico non sia assolutamente da eliminare, purché questa garantisca, come una Authority, la concorrenza, altrimenti non servirebbe che come coperta interna per foderarsi gli occhi.

Dunque riforme riforme e riforme anche in questo settore, assumendo come esempio gli States che in questo eccellono.

I tanto contestati tagli di cui si parla in questi giorni innescherebbero un feed-back negativo che porterebbe ad una diminuzione della crescita. Prima vanno eliminati gli inutili sprechi della politica che il Corriere ha illustrato in queste settimane (affitti ed acquisti di palazzi milionari mai utilizzati, manager pubblici incompetenti, pagati fior di milioni che fanno fallire amministrazioni e che pretendo anche liquidazioni da 6 milioni,…) in modo da recuperare gettito per la ricerca e per il deficit di bilancio. Poi vanno attuate riforme strutturali che distribuiscano i fondi secondo criteri meritocratici non solo nelle università ma nell’intera amministrazione.

Valutare con standard oggettivi il rendimento di alcuni professori è molto difficile ma non si può accettare in un paese come il nostro che persone oggettivamente incapaci o ancor peggio assenteiste che continuano ad esercitare la professione e che non possano essere sostituiti da precari molto più in gamba di loro (Pietro Ichino citava il professor M.).

Anche le imprese dovrebbero cambiare mentalità, finanziando e sponsorizzando la ricerca come investimento. Perché per esempio, anziché buttar via soldi in biglietti di auguri o in ceste ai fornitori o ai clienti, non si destina l’equivalente in questo settore informando i clienti che i propri soldi sono stati spesi bene (magari con una mail il cui costo è pari a zero)? Perché continuare a finanziare il grandissimo business che è le associazioni (Telefono azzurro,…) che di soldi ne hanno già a palate  e che spesso sono spesi male, regalando soldi alla ricerca? Sono certo che i benefici si vedrebbero nel giro di pochi anni e le nostre università potranno risorgere e tornare a livelli più dignitosi di quelli attuali.

 

Lenz





Finanziaria 2007

19 11 2006

Luglio 2006: all’indomani dell’approvazione da parte del CdM del DPEF, sembrava a me ed a molti altri più autorevoli del sottoscritto, di essere usciti da tempi bui berlusconiani e di essere sulla strada giusta per riportare l’Italia al rango che si merita. Risanamento, Equità, Sviluppo erano le parole chiave del ministro TPS. Molto bene questo e molto bene anche i comparti individuati in cui poter effettuare tagli per la riduzione del debito pubblico.

Oggi, Novembre 2007: a dire il vero non so neanche dove partire tanto casino è stato fatto e tanto tempo è passato prima di scrivere su questo argomento. Tutti sono scontenti, e sinceramente non capisco il perché a parte qualche categoria realmente giustificata (la ricerca,…). Per fortuna il governo ha ammesso diversi errori di comunicazione che hanno presentato questa manovra e l’hanno demonizzata (colpa anche dell’irresponsabile opposizione del Cavalier B, e che tanto nuoce alle aspettative e in parte allo sviluppo). Comunque ci provo:

Risanamento: al momento ci siamo, la Finanziaria è stata portata a 40 miliardi di Euro dopo la riduzione a 30 che sembrava atta ad accontentare Rifondazione. Previsione per il prossimo anno è riuscire a tornare al di sotto della soglia dei parametri di Maastricht per il debito/Pil, 2.9%. Solo una nota di disappunto verso coloro che chiedevano una manovra incisiva e che ora si lamentano perché essa incide il loro settore e le loro tasche. Per il versante dell’evasione, ottimi gli sforzi del vice-ministro dell’Economia Visco, mentre da condannare le reazioni dell’opposizione che sembrano voler tutelare coloro che le tasse non le pagano. Certo costruire una manovra solo sul recupero del sommerso è una grossa scommessa.

Equità: non essendo un grande esperto di economie e politiche sociali non voglio dilungarmi a lungo ma dò semplicemente una mia opinione molto profana. Sembra che molto di più si poteva fare, introducendo una riforma delle pensioni o semplicemente l’adeguamento, previsto, dei coefficienti della legge attuale. Magari saltasse fuori anche una nuova trance di liberalizzazioni, il ddl rutelliano e del ministro Lanzilotta, che ponga ulteriormente al centro dell’attenzione il cittadino-consumatore e che rompa secolari rendite di posizione che ingessano il mercato dei beni e del lavoro tenendo bassi salari ed alti i prezzi. Meglio non lamentarsi troppo forse, in quanto qualcosa di buono è stato fatto per una maggiore redistribuzione del reddito.

Sviluppo: si pensa la nota più dolente ma non credo che lo sia (le previsioni per il prossimo anno lo confermano). Smaltita la delusione per il cuneo fiscale, ottima norma che viene però considerato un incentivo alle aziende; in tal modo ne esclude alcune (un intervento troppo selettivo da parte dello Stato che rischia di falsare la concorrenza sul mercato). Ridotta la schiera colpita dal TFR all’IMPS alle sole imprese con più di 50 dipendenti (ma viene comunque considerata come entrate e non come passività, grande punto di domanda). L’elemento su cui forse deficitiamo maggiormente è proprio il mercato del lavoro; “flessibilità” è la parola chiave che sostituirei alla ben più ideologica “precariato”. Essere dipendenti a progetto di un’impresa non significa essere con un cappio al collo. Significa che si è dentro un progetto che l’impresa ha in mente e che, se ben si lavora e si è utili, si potrà anche essere assunti. Certo la nostra mentalità non s’adatta bene a questo; la maggior parte di italiani preferirebbero un contratto indeterminato decisamente meno fruttuoso di un contratto a progetto. Questo significa guardare al passato, non al futuro e forse è uno degli elementi che ci bloccano maggiormente rispetto a paesi con mentalità più aperte. L’atteggiamento dei sindacati nazionali di oggi ne è un chiaro esempio. Ora, non mi sono rincoglionito fino ad assumere posizioni filo-berlusconiane (sparatemi semmai capiterà), gli imprenditori hanno le loro colpe nell’aver abusato di alcuni strumenti in maniera eccessiva e di non aver considerato le norme della Biagi come un’opportunità. Dunque rimango molto deluso nel notare le misure prese per gli apprendisti e i contratti flessibili; gli elementi sono ottimi magari era sufficiente maggiore controllo.

Produttività, elemento chiave da incrementare per Draghi ma anche per tutti gli economisti, in quanto permette sì un aumento della produzione, ma anche un aumento dei salari e di conseguenza dei consumi. Certo è che si tratta di riformare strutturalmente il sistema e quindi anche di creare scontenti nella maggioranza, il ché potrebbe far tornare il buon Romano qui nei portici di Bologna.

“Adesso o mai più” scriveva un trafiletto sul Corriere che mi aveva a tal punto colpito da decidere di partorire un post su quello. Dopo tante situazioni svantaggiate, la maggioranza forte di Berlusconi uscita però in un momento di crisi per il paese affiancata anche all’incompetenza della persona , finalmente ecco un momento di crescita. Per questo Adesso o mai più, cioè ora bisognava affrontare temi coraggiosi e delicati come le riforme strutturali per rilanciare la nostra economia e per modernizzare il paese. Invece sembra che la logica della poltrona prenda il sopravvento in quel di Palazzo Chigi; per cui ecco che un ministro ed un Presidente del Consiglio competenti che, pur di evitare di “tornare a casa”, sfornano una manovra incentrata sull’aumento della spesa pubblica. Ora non che questa sia negativa, anzi, come la macroeconomia ci insegna, l’aumento della spesa pubblica fa sì che nel breve periodo aumenti la domanda aggregata e quindi il Pil. Ma sempre la macroeconomia ci dice come questo effetto sia di fatto temporaneo perché tende a ritornare nel lungo periodo al livello di produzione naturale; per modificare questo sono necessari interventi strutturali per modificare la concorrenza nel mercato. Tornare al punto di partenza, ci lascerebbe con un livello di spesa ancor maggiore di quello attuale aumentando il rapporto deficit-Pil e di conseguenza debito/Pil. Ridurre la spesa in un paese con la nostra mentalità particolaristica è impossibile senza lasciare scontenti in campo e ribellioni. Credo dunque che la concertazione vada usata con cautela: cosa c’è da concertare con associazioni che si occupano di tutelare i decennali privilegi di cui alcune categorie godono, solo Prodi e la sinistra radicale lo sanno. Dunque occorrevano misure per liberalizzare diversi mercati nella Finanziaria e non in una “Fase due” che nessuno sa se ci sarà mai; occorrevano tagli alla spesa pubblica per maggiore redistribuzione del reddito non solo a chi più ne ha bisogno, ma anche con incentivi alla crescita delle imprese. Forse è un po’ riduttivo questo elenco e forse mi sto dimenticando molte altre cose (visto il caos che è successo); i commenti sono qui apposta!

 

Lenz





Tremate…

12 11 2006

Loweconomy s’è aggiornato! Stanco di Splinder che mi linkava a vuoto tutti i miei post e me li faceva uscire dalla tabulazione della pagina, mi sono aggiornato seguendo i consigli di amici (quì e quì).

L’autore non è cambiato, i post rimarrano chilometrici e saranno come al solito critici verso coloro che, si autodefiniscono politici, economisti, dottori senza ragione alcuna; e che, spacciandolo per il bene di tutti, fanno i loro interessi…

Usando la citazione del caro Bebo:

“è fatta”