J’accuse i rinnovamenti occorsi negli ultimi anni che hanno retrocesso il nostro sistema universitario nelle classifiche delle migliori università mondiali. J’accuse le lobbies che come al solito tutelano l’inefficienza anziché il bene collettivo. J’accuse la ricerca nel senso moderno, vista come mezzo di sostentamento nel dolce far niente non interpretata con passione e come mezzo per incrementare le conoscenze.
“California Here We Come” è il caso di dire questa volta. Si perché ci sono diverse cose da non imparare dagli americani, ma per le aziende e le università sono imbattibili e l’enorme presenza di premi Nobel americani anche quest’anno ne è un chiarissimo esempio. Le aziende finanziano la ricerca sapendo che comunque ne trarranno beneficio dall’aumento della produttività dovuta alle nuove scoperte; una sorta di investimento a lungo termine. Ma non solo la ricerca, ma anche finanziano nuovi corsi da cui attingere del capitale umano (Ibm ne è un esempio).
In Italia invece no. All’università, dopo la riforma della maledetta Moratti, si trovano cani e porci, da chi ha veramente voglia di far bene, a chi invece viene a scaldare i banchi ed a far del casino durante le lezioni disturbando il 90% di coloro che sono lì.
Come se non bastasse l’incapacità totale di alcuni professori e tutor ti fanno venir voglia di mandare tutto a quel paese ed entrare nel mercato del lavoro anche come spazzacamin; ma la passione per la materia è troppa e tornare a casa nero di fuliggine è l’ultima delle mie aspirazioni. Dunque prosegui sperando che la specialistica, attuando maggiore selezione, sia molto più seria.
Ahimé mi tocca ammettere che da quando l’università non è più per pochi, il livello di preparazione si è abbassato in maniera preoccupante. Non che sia per un ritorno al passato; tutti devono partire dalla stesso punto, chi è più capace sarà in grado di vincere (lo stesso Draghi elogia l’apertura in questo senso). Ciò non toglie che altro andava fatto, per esempio con test d’ingresso per verificare la passione e la preparazione, oppure diminuire gli appelli cosicché solo i più capaci riescano a laurearsi. Insomma diverse riforme sono auspicabili, e credo che la lectio magistralis di Draghi alla Sapienza di Roma dia un chiaro panorama di cosa stia accadendo al momento e di cosa si possa fare per uscire da questa situazione brutta per il capitale umano italiano e di conseguenza per le imprese. Oltre ai dati molto preoccupanti del Governatore sullo stato delle università e dell’intero sistema d’istruzione italiano, credo che le linee direttrici del suo discorso siano quantomeno tre:
. i fondi sprecati, elemento che ha indotto il ministro dell’economia a tentare una razionalizzazione con un taglio abbastanza forte. I fondi per la ricerca non devono essere tagliati, anzi incrementati, siamo uno dei paesi dell’area Ocse che spende meno in ricerca (in termini percentuali sul Pil) ed il Patto di Lisbona è molto lontano benché ci troviamo in un mondo in cui “l’innovazione è la chiave di svolta dello sviluppo”; ciò unito ad un’azione di razionalizzazione ed eliminazione degli sprechi, premiando solo coloro che fanno realmente ricerca e non coloro sulla quale ci campano parassitariamente. Al contrario spendiamo un monte di soldi per la scuola dell’obbligo e talvolta in modo futile, il numero di studenti per insegnati è molto minore in Italia che altrove, ma questo non si traduce in un miglior rendimento scolastico. Questo compito spetta direttamente ai ministri Mussi e Fioroni e credo che si debbano anche dare una spicciata perché:
. “nel secolo scorso, la scuola e le università italiane hanno sostenuto la crescita economica e civile del paese”. Insomma come dicevo prima, il capitale umano che esce dal sistema scolastico e la ricerca che incrementa la produttività sono elementi chiave per farci uscire da questa situazione di stallo economico.
. maggiore competitività tra istituti e tra università. Certo è che alcuni ambienti oggigiorno non amano la competizione, per loro il sistema è pubblico, unitario e uniforme; non amano l’autonomia delle sedi formative e non amano la misurazione degli standard di efficienza tappandosi gli occhi di fronte al declino continuando a sostenere che qualsiasi cosa pubblica sia migliore di una sana competizione tra privato e pubblico. Mi sembra quindi che la proposta di Mussi di un ente autonomo che valuti la condizione del sistema scolastico non sia assolutamente da eliminare, purché questa garantisca, come una Authority, la concorrenza, altrimenti non servirebbe che come coperta interna per foderarsi gli occhi.
Dunque riforme riforme e riforme anche in questo settore, assumendo come esempio gli States che in questo eccellono.
I tanto contestati tagli di cui si parla in questi giorni innescherebbero un feed-back negativo che porterebbe ad una diminuzione della crescita. Prima vanno eliminati gli inutili sprechi della politica che il Corriere ha illustrato in queste settimane (affitti ed acquisti di palazzi milionari mai utilizzati, manager pubblici incompetenti, pagati fior di milioni che fanno fallire amministrazioni e che pretendo anche liquidazioni da 6 milioni,…) in modo da recuperare gettito per la ricerca e per il deficit di bilancio. Poi vanno attuate riforme strutturali che distribuiscano i fondi secondo criteri meritocratici non solo nelle università ma nell’intera amministrazione.
Valutare con standard oggettivi il rendimento di alcuni professori è molto difficile ma non si può accettare in un paese come il nostro che persone oggettivamente incapaci o ancor peggio assenteiste che continuano ad esercitare la professione e che non possano essere sostituiti da precari molto più in gamba di loro (Pietro Ichino citava il professor M.).
Anche le imprese dovrebbero cambiare mentalità, finanziando e sponsorizzando la ricerca come investimento. Perché per esempio, anziché buttar via soldi in biglietti di auguri o in ceste ai fornitori o ai clienti, non si destina l’equivalente in questo settore informando i clienti che i propri soldi sono stati spesi bene (magari con una mail il cui costo è pari a zero)? Perché continuare a finanziare il grandissimo business che è le associazioni (Telefono azzurro,…) che di soldi ne hanno già a palate e che spesso sono spesi male, regalando soldi alla ricerca? Sono certo che i benefici si vedrebbero nel giro di pochi anni e le nostre università potranno risorgere e tornare a livelli più dignitosi di quelli attuali.
Lenz
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